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EVASIONE ED ELUSIONE

di Claudio Miotto, Vicepresidente Confartigianato

Cosa sia l’evasione lo sappiamo tutti. Se ne scrive tutti i giorni sui giornali, ne parlano radio e televisione. Se ne parla dentro le nostre case ed è argomento di dibattito negli spettacoli di intrattenimento in modo più o meno superficiale. Se ne parla al bar dove tutti affermano di sapere dove si annida. Dove tutti hanno la soluzione per debellarla e per far pagare le tasse agli evasori. Poi non ci accorgiamo, o peggio giustifichiamo, i molti volonterosi che fanno tanti lavoretti nel tempo libero, da pensionati, da cassaintegrati, “solo per dare una mano”.
All’evasione si mettono in conto tutti i mali di questo nostro Paese. Al possibile recupero di gettito dal suo contrasto, si fa affidamento per soluzioni, per fare cassa, per recuperare risorse a copertura di nuovi impegni di spesa.

Che l’evasione sia un male per la società è cosa ovvia. Che vada ricordato e sottolineato anche quanto da questa “cultura” dipende o possa dipendere la crescita o stagnazione di una società è necessario. Oltre ai vantaggi economici di chi pratica l’evasione infatti, è chiaro che il fenomeno mina le relazioni tra le persone e tra le aziende, in particolare in un Paese dove la pressione fiscale diretta ed indiretta grava con percentuali che superano il 60%.
Ma non è il valore della pressione fiscale al centro della riflessione ma il metodo scientifico di individuare il capro ed enunciare di conseguenza le possibili soluzioni. Prioritariamente e strategicamente conta trovare le cause, addossarle ad una o altra categoria, gridarlo al mondo e poi proseguire nella vecchia strada. Ha funzionato per molto tempo.
Oggi con il precipitare di molti fattori consolidati, con una economia che non cresce e in modo direttamente proporzionale non cresce nemmeno la fiducia fra le persone, questo modo di affrontare la tematica senza risolverla, non funziona più. Non deve funzionare più.
Nei giorni scorsi il professor Francesco Moschetti, ordinario di diritto tributario a Padova, ha riportato in modo conciso ma efficace l’attenzione su un tema complesso e poco conosciuto, anche se molto praticato: l’elusione. Aggiungendo che a volte è peggio della stessa evasione.
Bravo professor Moschetti.
Condivido che non sia serio e completo affrontare la tematica tributaria parlando solamente di evasione. L’elusione è più subdola, più raffinata nella tecnica, più difficile da individuare. E’ contestabile, con buoni risultati, nei ricorsi verso gli accertamenti. Sempre interpretabile nel complesso delle molteplici norme italiane. E, cosa importante, è sempre alla base di grandi e rilevanti valori elusi.
Non c’è giustamente scampo per chi viene sorpreso a non emettere lo scontrino fiscale da 2 euro per un cono gelato. Cosa ben diversa invece nel caso di una contestazione, anche se tecnicamente chiara, per una elusione milionaria dove entrano in gioco norme interpretabili, costi detraibili o deducibili, circuiti di fatturazione con sedi diverse e dove il margine di guadagno si perde per la strada di paradisi fiscali e all’azienda finale spesso non resta che un bilancio di fine esercizio in rosso. Oltre il 50% delle società di capitale hanno bilanci in rosso da anni.
Certamente si deve salvaguardare il diritto del contribuente di risparmiare sul costo delle tasse applicando le norme, ma non è altrettanto chiaro quando ci troviamo di fronte ad un abuso del diritto perché si elude la volontà del legislatore di far pagare tutti i cittadini in modo proporzionale alle proprie capacità, come stabilito in Costituzione . Anche quelli che emettono sempre regolare fattura ma poi, grazie ai cavilli, alla burocrazia che ingessa chi contesta il bilancio, alla fine non pagano il dovuto. E magari riescono anche ad attingere a finanziamenti pubblici come incentivi alla crescita.