Massimo Polidoro: perché crediamo alle fake news e alle illusioni?
Dove finisce l’illusione e inizia la realtà? Perché, anche se intuisco che una cosa non è proprio vera, ci credo? Domande a cui ha risposto, portando la sua esperienza diretta, Massimo Polidoro ospite della ‘Conversazione’ (format dedicato a eventi pubblici con approfondimenti su temi di attualità) promossa da Confartigianato Imprese Vicenza.
Giornalista, scrittore, docente universitario, Polidoro è considerato il più celebre indagatore di misteri e fenomeni insoliti, e uno dei più apprezzati divulgatori scientifici. Da sempre accanto a Piero Angela, con cui ha fondato il CICAP, è stato una presenza fissa a Superquark e oggi a Noos, ed è autore di oltre 70 libri. Tema dell’incontro vicentino, che ha richiamato un folto pubblico, “Il Potere delle Storie tra meraviglie, inganni e spirito critico”.
“Ricordo la mia infanzia, attiva e curiosa, che metteva in moto la creatività. Oggi per troppe paure, certo alcune giuste, spesso si mettono molti limiti, ma con essi si rischia di limitare anche la voglia di scoprire”, ha subito puntualizzato Polidoro, che ha proseguito il suo intervento tra ricordi e aneddoti per spiegare come muoversi tra illusioni e bufale vecchie e nuove. Ecco un estratto della serata.
sintesi dell’incontro a cura della redazione
La curiosità che da piccolo portava Polidoro a guardare dentro le cose, si è alimentata con il tempo. La sua passione è l’illusionismo, la magia, il trucco, nel senso di capire cosa c’è dietro. Lo stimola in questo percorso verso la concretezza la trasmissione Super Quark di Pietro Angela allora in onda nel pomeriggio, orario post-scolastico. Fatale a 17 anni è l’incontro con il libro di Angela “Viaggio nel mondo del paranormale”, perché grazie a quel testo la sua strada prende una direzione inaspettata, o insperata. Entusiasta dopo la lettura, con l’ingenua sfrontatezza di un adolescente scrive due lettere: una ad Angela e l’altra a James Randi, noto illusionista americano impegnato a ‘smascherare’ trucchi e prodezze. Poi Polidoro va in vacanza e di quelle lettere si dimentica. Ma, al suo ritorno, la sorpresa: entrambi gli hanno risposto, addirittura Randi chiede di incontrarlo e di fargli da guida nel suo soggiorno romano. A decidere il destino di Polidoro è una cena che lo vede ospite di Angela accompagnato proprio da Randi; lì i due ne convengono: il giovane ha il profilo dell’apprendista che stanno cercando. Polidoro è curioso, ha metodo. Entrambi, quindi, propongono a Polidoro di andare con lui negli Stati Uniti per diventare l’allievo di Randi. Non solo, gli offrono anche il sostegno economico necessario.
Insomma, un pizzico di azzardo nella vita non guasta. Perciò, ha raccomandato Polidoro: “Dico sempre ai ragazzi: provateci, mal che vada non ci riuscite. Ma vuoi mettere l’averci provato con il rimpianto del “ah, se quella volta…”.
Entrando nel vivo della serata Polidoro ha spiegato come, contrariamente a quanto si possa pensare, i misteri interessino anche la scienza, considerato che il mistero tocca le emozioni profonde e incuriosisce da sempre l’uomo. La scienza non è un’opinione, ha un metodo forte, e questo porta all’umiltà. Ogni scienziato sa di non sapere tutto, ammette gli errori (che tra l’altro permettono di procedere nel metodo scientifico). Al contrario, l’arroganza non aiuta la curiosità: perché farsi domande quando si sa tutto?
Oggi, ha continuato Polidoro, si tende a semplificare molto e questo è molto preoccupante. L’attenzione cala sempre di più e non si fa più alcuno sforzo per vedere oltre, come va a finire. In questo modo si rimane alla superficie delle cose (ma anche dei rapporti umani e delle informazioni) con inevitabili ‘illusioni’. Il nostro cervello è, come ogni altro organo, fatto per evitare fatica e sforzo, questo è quello che Daniel Kahneman, nel suo libro “Pensieri lenti e veloci”, chiama “sistema 1, che reagisce d’istinto e per intuizioni. Il sistema 2 (il pensiero lento) richiede invece attenzione e sforzo ed entra in azione per operazioni più complesse ma lo fa solo se necessario, e oggi sempre meno. Quindi il nostro cervello spesso accoglie teorie o ‘illusioni’ senza porsi domande, si chiamano scorciatoie mentali, ma qua sta il rischio: credere alle cose più assurde non di rado generate da eventi banali e che poi si alimentano deteriorandosi.
Capire cos’è la verità, ha proseguito Polidoro, cosa in realtà si sta guardando o leggendo (o scorrendo), rispetto a quello che si vede e viene raccontato è importante, ma è anche una forma mentis che richiede appunto sforzo e attenzione. Allora, è più facile “credere”.
Ma promesse troppo belle, troppo aderenti a quel che interessa; o quelle provocazioni che toccano i sentimenti profondi e fanno agire d’istinto; o quelle persuasioni che fanno sentire parte di un gruppo; o quel principio della ‘scarsità’ per cui se non rispondo/reagisco subito posso perdere un’occasione, forse meritano un attimo di riflessione (consigliato il libro “Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire sì” di Robert B. Cialdini).
Oggi il rischio è di affidarsi a strumenti come l’IA per comodità, ma è pericoloso. L’IA è -appunto – uno “strumento”, questo va sempre tenuto presente.
Polidoro ha quindi spiegato come la scienza sia un modo di guardare la realtà, di farsi domande per trovare soluzioni. È poi la sua applicazione a farne cattiva o buona conoscenza scientifica.
Per fare un esempio molto popolare si pensi a Sherlock Holmes, il noto investigatore creato da Arthur Conan Doyle. Holmes osservava, raccoglieva indizi, poi metteva alla prova le sue intuizioni e andava per tentativi senza paura di sbagliare, perché l’errore è fondamentale per correggere e quindi imparare a come fare le cose.
Qualche volta ci si trova davanti a qualcosa che può sembrare magico, misterioso, e che è invece un semplice trucco. La scienza si fa domande, indaga, cerca di capire i fatti. La storia è piena di personaggi, uno è Galileo Galilei, che hanno messo in discussione vecchie tesi, hanno formulato ipotesi e ne hanno verificato la credibilità.
Va anche detto che spesso le persone più razionali sono quelle che non si rendono conto dei trucchi. Ecco allora che per svelarli servono alcune competenze, quelle appunto che hanno coloro che quei trucchi, quelle illusioni, le creano. L’unione tra queste capacità e il metodo scientifico è quello che può portare a capire cosa c’è dietro e che ha ben raccontato Pietro Angela.
Nella sua conclusione Polidoro ha ricordato come, oggi, l’illusione passi attraverso i social.
Spesso ci si chiede perché in così tanti credono a cose che sono palesemente delle bufale.
Tutto dipende dal fatto che ognuno di noi è legato alla propria identità, si è quel che si è, e cambiare è difficile perché significa ammettere di aver sbagliato. I social alimentano questi bias di conferma, per cui si entra a far parte di ‘bolle’ formate da chi la pensa come me o di cui condivido la visione. Spesso si tratta di storie plausibili attorno alle quali si costruiscono narrazioni che poi non si riescono a scalfire, proprio perché il nostro cervello tende ad accettare quello che gli fa fare meno fatica (il sistema 1 di cui sopra). Uscire da queste situazioni è difficile, vuol dire appunto ammettere di aver sbagliato, ma rimanere in quelle ‘illusioni’ limita la comprensione della complessità.
Certo, le storie hanno sempre avuto un ruolo, oltre a mettere ordine, appunto, nella incomprensione della complessità, e anche il ruolo di essere il collante di un popolo. Nelle leggende, nei miti, nei racconti, un popolo si riconosce e si motiva a fare. Il pericolo però è dietro l’angolo: cioè quando le storie mettono al centro un ‘noi’ lasciando gli altri fuori (come fossimo tribù). Questo dipende da cosa racconti a te stesso di te e da cosa ti raccontano: accettiamo storie false pur di far parte di un gruppo, rispondendo all’istinto di evitare l’isolamento, perché da soli è più difficile affrontare i pericoli. Quanti orrori sono stati accettati nel corso della storia per questo? Allora, torniamo ai pensieri lenti, alla riflessione, alla cultura, che rimangono i migliori antidoti.
