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Identità, relazioni e narrazione: le leve del futuro per le imprese artigiane

Come vedono il futuro della loro Associazione le imprese? È stato questo il tema approfondito nei cinque project work finali dei 41 allievi che hanno concluso il percorso “Un’Impresa Meravigliosa” della Scuola di Politica ed Economia di Confartigianato Vicenza.

Al centro dei 14 incontri, 2 laboratori e 3 eventi pubblici realizzati a cavallo tra 2025 e 2026 in collaborazione con il Cuoa Business School, erano infatti l’identità e le relazioni. Identità personale, ma anche di famiglia, di gruppo, di impresa. Identità come bene prezioso, che non dipende solo dal singolo ma si definisce anche attraverso l’incontro e scambio con altre persone, con il territorio, con la comunità. I cinque gruppi sono stati chiamati a progettare azioni mirate ad affrontare: “Confartigianato Vicenza del futuro in un mondo complesso”, “Le imprese artigiane all’orlo del caos”. Non solo. L’identità sarà alla base del nuovo percorso che si concentrerà sul “racconto”, su come valorizzare ciò che rende un’impresa, e un imprenditore, diversi e unici rispetto agli altri in un mondo sempre più complesso. Come ha spiegato il professor Alberto Felice De Toni nella sua lectio magistralis introduttiva.

GLI SPUNTI EMERSI

Riconfigurare l’impresa come organismo complesso, significa riconfigurare l’Associazione stessa. Così come l’impresa da produttrice di beni e servizi diventa (anche) un generatore di identità e relazioni, allo stesso modo l’Associazione passa da fornitrice di servizi e rappresentanza sindacale ad agenzia identitaria e centralina di amplificazione e interconnessione di relazioni tra e per le imprese.

Prendendo le mosse dalle stesse lezioni del corso, gli studenti sono stati chiamati a disegnare nuovi servizi e più forti identità.

I cinque progetti presentati hanno fornito risposte coerenti e stimolanti. Il filo conduttore di tutti i gruppi è stata la necessità di progettare, appunto, il futuro tanto dell’impresa quanto dell’Associazione non più sulla base di servizi (in via di rapida obsolescenza causa Intelligenza Artificiale), ma delle relazioni, per meglio affrontare la Complessità, intesa come attenzione alle interazioni tra le persone. Ecco, quindi, che i lavori hanno toccato temi come le piattaforme per condividere tra imprese informazioni, competenze, opportunità di business; competenze relazionali per attirare giovani (Valori, Senso, Visione); strumenti e competenze per accelerare i processi di disintermediazione; strumenti per realizzare interazioni personali in presenza.

Lezione d’apertura del nuovo anno
(sintesi della relazione del prof. Alberto Felice De Toni)

Parlare di relazioni significa parlare di complessità e della necessità di semplificazione. Se si parte dal presupposto che quello materiale (fisico e biologico) è un mondo la cui complessità è ‘semplificabile’ attraverso la modellazione (ovvero procedure ben delineate che partono da un punto e arrivano ad un altro, o per dimostrare qualcosa con studiate procedure), quello sociale è un “sistema a complessità disorganizzata”, ossia “caratterizzato da un numero estremamente elevato di variabili, ciascuna tuttavia con un comportamento individuale casuale o sconosciuto”. Un esempio è dato dal fatto che una stessa squadra con gli stessi giocatori dà vita a gioco e partite estremamente diverse, anche a fronte di ‘schemi’, per la variabile della componente umana.
Basti pensare ai nostri antenati, alle loro relazioni (poche) e al tempo a disposizione (tanto), rapporto che nel corso sei secoli si è ribaltato. A conforto del fatto che però le relazioni restano al centro c’è il famoso “numero di Dunbar”, che per gli umani si attesta a 100/150 come numero congruo per condividere esperienze e quindi socialità. Curiosità: qual è il numero Dunbar per i ragazzi che chattano? 2mila, perché un numero maggiore non permette di aver tempo per curare le relazioni con attenzione. Quindi non solo complessità disorganizzata, ma anche in crescendo per il numero di attività cui tutti siamo chiamati.
Mentre il mondo fisico risponde a dei principi, e quello biologico è mosso da istinto di sopravvivenza, quello sociale (che in parte assorbe gli altri due) si basa sulla libertà di scelta.
Ciò premesso, vien da sé che il mondo sociale non può essere ‘modellato’ e quindi serve un nuovo approccio. Da qui tutti gli studi umanistici che si occupano di leggere, interpretare, capire, lo sviluppo dell’uomo e della società come la filosofia, la sociologia, la psicologia, la letteratura.
E mentre la scienza costruisce mappe (modelli) per spiegare i fenomeni, l’essere umano/la società da sempre “narra” per dare un senso e collegare, e ordinare, gli eventi nel tempo.
L’umanista, in sostanza, è un narratore che intreccia storie.
La complessità delle relazioni umane eccede ciò che può essere ridotto a numeri, e raccontare una storia è il modo per meglio comprenderle e dare loro una ‘sistemazione’. “Narrare è dipanare e intrecciare eventi attorno a un centro e secondo un senso. La narrazione è il mezzo primario di identificazione: è la struttura cognitiva fondamentale nella costruzione dell’identità personale, la costruzione dell’identità avviene attraverso la narrazione di sé, della propria storia, della collocazione di sé nel mondo, con le relazioni che si stabiliscono e i ruoli che ciascuno ricopre”. (Zuin, 2009). Intrecci, simboli, sono l’ordito e la trama della narrazione che da sempre fornisce informazioni, morali (anche sottese, come nelle fiabe), emozioni (la grande letteratura).

Saper narrare bene oggi è fondamentale. Il sogno dell’imprenditore, che diventa visione organizzativo/imprenditoriale, e mito nell’immaginario sociale, sono elementi fondamentali nell’identità di un’impresa (per un approfondimento, Alberto Felice De Toni, Visione evolutiva).
E sono soprattutto le prime due voci (la terza è una costruzione sociale esterna al singolo) su cui va focalizzata l’attenzione per delimitare e valorizzare la propria identità.
Ma come fare? Lo spiegheranno gli esperti del nuovo ciclo di incontri della SPE.