W gli alpini dell’economia

C’è la guerra contro il Covid, ma loro sono di nuovo in marcia. Uomini e donne, “veci” e “bocia” che, con la tenacia di sempre, portano le imprese verso il futuro.

Non li trovate nelle prime pagine, o nei salotti televisivi. Non si atteggiano a “influencer”, non vanno a caccia di “follower”, non hanno tempo da perdere in ciance, hanno altro da fare durante il giorno e, se serve, anche la notte. Eppure, sono quelli che tengono in piedi questo Paese, in ogni territorio: e il nostro – quello vicentino e veneto – per fortuna ne è pieno. Sono quelli che lavorano, e che danno lavoro. Restando qui, alimentando l’economia delle loro zone, dando del tu ai loro collaboratori, condividendone la vita, le vicende personali.

Sono gli eredi di chi ha fatto altrettanto, inventandosi di tutto, tirando su imprese dal nulla, oppure proseguendo le attività di famiglia, raccogliendo il testimone dei nonni, dei padri. Uomini o donne, non fa differenza. L’innovazione? Non si sono mai spaventati, l’hanno sempre accolta, quando non anticipata. Le risorse economiche? In un modo o nell’altro, le hanno cercate e trovate, onorando regolarmente i loro impegni.

Sono cresciuti giorno dopo giorno, spendendo un tipo di sudore che oggi non pare più molto di moda: quello della responsabilità, dell’umiltà, del sacrificio.

Hanno combattuto – e combattono – le loro battaglie contro nemici che si chiamano burocrazia, abusivismo, concorrenza sleale, insensatezze normative, contro le assurdità di un sistema che troppo spesso è forte coi deboli e debole con i forti, contro certi andazzi d’un costume che, troppo spesso, finisce col premiare i furbi e punire chi rispetta le regole, passando per fesso. Eppure non si scoraggiano. Eppure, in molti casi, trovano anche spazio per dedicarsi al volontariato.

Non sono amministratori delegati o manager di quelle multinazionali che un giorno aprono e il giorno dopo chiudono, con tanti saluti a chi resta senza stipendio, per spostarsi in nazioni dove è ancora possibile pagare meno la manodopera, o godere di agevolazioni fiscali. Loro no: sono imprenditori che ci mettono sempre la faccia e che i dipendenti, più che licenziarli, li cercano e finché possono se li tengono stretti, perché sono stati loro a insegnargli il mestiere, a farli diventare bravi.

Vi sembra retorico, un discorso come questo? Pensate che stiamo scrivendo una pagina ottocentesca da libro “Cuore”, un po’ patetica e irrimediabilmente distante dal contesto attuale? Siete fuori strada. Perché, oggi come allora, di gente così intraprendente e concreta ce n’è tanta, giovane e meno giovane. Tant’è vero che oggi, mica un secolo fa, la Regione Veneto ha istituito il titolo di Maestro Artigiano, un riconoscimento – assai simile a quello attribuito per mezzo secolo dalla Confartigianato vicentina – che intende giustamente premiare chi dimostra di essere un soggetto “portatore di un patrimonio di conoscenze ed esperienze da salvaguardare e trasmettere alle future generazioni”, riconoscendo inoltre le “botteghe scuola”, cioè le imprese “nelle quali il Maestro Artigiano svolge la propria attività e trasmette le proprie competenze”.

C’è già una nutrita schiera di piccoli imprenditori insigniti di tale titolo, altri se ne stanno aggiungendo progressivamente. A testimonianza di una realtà che è esattamente quella che abbiamo descritto finora.

E, a tale proposito, viene spontaneo richiamare in servizio un’altra definizione che tempo fa era stata coniata nell’ambito di Confartigianato Vicenza per indicare le caratteristiche dei propri soci, chiamandoli “gli alpini dell’economia”.

Ecco: se considerate lo scenario attuale, non vi è termine più azzeccato. Da un lato c’è un fronte di guerra, che è la lotta quotidiana contro il Covid-19 e tutte le sue implicazioni. Dall’altro, c’è comunque da andare avanti, da non interrompere la marcia, da raggiungere nuove vette. Un passo dopo l’altro, con la necessaria tenacia e con la disponibilità a darsi reciprocamente una mano.

Lo spirito della sfida accomuna tutti, “veci” e “bocia”, uomini e donne, ragazze e ragazzi. 

Tra essi, c’è chi maneggia attrezzi e chi usa il computer, chi sforna prodotti o garantisce servizi per la clientela locale e chi invece spedisce le proprie merci all’estero; chi prosegue una tradizione che si perpetua da secoli e chi s’inventa attività nuove di zecca, che delineano il futuro. 

Cos’ha in comune tutta questa gente, in apparenza tanto diversa? Di sicuro la capacità tecnica, l’intelligenza, l’estro delle proprie mani, il gusto di volercela fare acquisendo gli strumenti necessari a garantirsi una fonte di reddito autonomo, la determinazione di fronte agli inevitabili momenti di difficoltà, la capacità di rialzarsi di fronte a un insuccesso. 

Sì, gli “alpini dell’economia” esistono, sono sempre esistiti e sempre esisteranno, per fortuna. Le generazioni si alternano, nell’hardware penetra sempre di più il software, la vecchia piazza del paese è diventata un “marketplace” globale, ma il Dna di chi fa impresa non muta.

È una predisposizione che si deve aiutare, come fanno le associazioni di categoria nate proprio per questo; è una fetta di società che si deve sostenere, come dovrebbero fare sempre i decisori politici; ma soprattutto si tratta di una realtà che, nel procurare vantaggi a sé stessa, li estende a quanto le sta intorno. Si chiama benessere diffuso, e di questo dobbiamo essere grati agli “alpini dell’economia”. 



Hanno collaborato a questo numero:
Alberto Bordignon, Paolo Carmignato, Nicola Carrarini, Chiara Dussini, Valter Fabris, Erika Faggion, Sandra Fontana, Luisella Frezzato, Sabrina Nicoli, Vladi Riva, Andrea Saviane, Valentino Varotto, Federica Vencato

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