Su due fronti

di Gianluca Cavion, presidente Confartigianato Imprese Vicenza

Mentre tutti gli analisti internazionali – così come gli economisti, i politici, ciascuno di noi – si interrogano su come, quando e con quali conseguenze andrà a finire la tragica vicenda dell’invasione russa in Ucraina, una cosa è certa: che il mondo avrà fatto qualche passo indietro. Non soltanto per una questione di rapporti tra nazioni, di schieramenti, di scacchieri strategici: la questione che più ci tocca da vicino, perché impatta direttamente sulla vita delle imprese e delle famiglie, è quella dello scenario produttivo, degli scambi commerciali e dei consumi, della produzione e dei servizi.

In una parola, di quella “globalizzazione” che davamo tutti per scontata così com’era, ma che invece nascondeva alcune debolezze giunte alla ribalta proprio in seguito agli eventi bellici. La più clamorosa riguarda la nostra dipendenza dal gas russo. Già anni fa, alcuni rapporti mettevano in guardia l’Italia rispetto al rischio di una interruzione o di una carenza delle forniture, ma si è preferito andare avanti come se nulla fosse. Anzi, ci sono stati movimenti d’opinione e partiti che hanno fatto del “no” a qualsiasi alternativa (rigassificatori, nuovi impianti di estrazione, nuove condotte) la loro bandiera. Risultato, adesso il gas ci tocca cercarlo altrove. 

E ovviamente c’è dell’altro.

Se si blocca un “granaio del mondo” quale è l’Ucraina impedendo ai suoi porti di funzionare, la crisi alimentare colpisce vaste aree, a cominciare da quelle più deboli dell’Africa, con relativa spinta a nuove emigrazioni. E, come abbiamo constatato di persona, una guerra comporta anche pesanti rialzi dei prezzi delle materie prime, innesca fenomeni speculativi, manda in fibrillazione le borse e l’intero sistema finanziario, non solo europeo.

Anche la pandemia, non dimentichiamolo, ha avuto e ha evidenti ripercussioni sui fragili assetti della globalizzazione: specie se consideriamo la “fabbrica globale Cina”, dov’è bastato un nuovo e massiccio lockdown per privare intere filiere industriali di approvvigionamenti di materiali, come ben sa chi è in attesa, per esempio, di acquistare un’automobile.

Su questioni essenziali come queste, è bene che i Paesi s’interroghino a fondo sulla necessità di una revisione delle loro politiche economiche, spesso stabilite cercando la soluzione apparentemente più “facile”, senza preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine o di imprevisti che, come abbiamo amaramente scoperto, possono mandare all’aria qualsiasi illusione di stabilità. Anche perché non ovunque convivono economia liberale e democrazia.

Ma anche il club delle grandi aziende, specie quello delle multinazionali, ha di che riflettere quando pensiamo al meccanismo delle delocalizzazioni, del cinico spostamento di produzioni da un Paese all’altro alla continua ricerca di risparmi sui costi, in primo luogo quelli per la manodopera, senza il minimo scrupolo per ciò che questo comportava (a livello occupazionale e di impoverimento sociale) nei territori abbandonati. Anche qui, però, non si erano fatti i conti con fattori negativi come la minor qualità logistica o delle prestazioni lavorative, tant’è vero che ora si assiste ai casi di “reshoring”, cioè di “rilocalizzazione”, di rientro in patria delle produzioni.

Nel frattempo, cosa accade alle nostre piccole imprese, quelle che hanno sempre operato qui, dando lavoro qui, e conquistandosi anche una reputazione internazionale, dimostrando una tenacia e una capacità di adattamento innovativo davvero ammirabili?

Accade che non possono non risentire degli scenari negativi di cui abbiamo parlato, ma in primo luogo vorrebbero veder cessare un’altra “guerra”: quella che esse sono costrette a combattere sul “fronte interno” contro fenomeni quali l’abusivismo o la mala-burocrazia, il vizio tutto italiano di rendere inutilmente complicato anche il minimo atto amministrativo, anche l’obbligo più semplice, ostacolando chi opera nella legalità e, paradossalmente, agevolando comportamenti illegali.  

Discorso vecchio, si dirà. Purtroppo sì, ma sempre attuale. E in grado di incidere pure sul futuro.

Perché non è soltanto questione di moduli da compilare, ma di ciò che quei moduli rappresentano.

Temi capitali quali la transizione energetica nelle produzioni e nei servizi, o la sostenibilità ambientale, o la spinta alla digitalizzazione delle procedure, ovvero i temi su cui vi sono da investire le risorse del PNRR, non possono e non devono essere appesantiti da un fardello di adempimenti che scoraggia ogni passo, da provvedimenti che magari cambiano in corsa, dall’incertezza interpretativa delle norme, da misure di sostegno tanto difficili da raggiungere quanto, talvolta, esigue. In altre parole, se il sistema pubblico chiede alle imprese più efficienza, è lui il primo a doversi dimostrare efficiente e all’altezza di quanto pretende.

E ciò anche nei controlli, nell’aumentare le azioni di contrasto all’esercito dei “fuori norma”, di chi aggira le regole e offre prestazioni a basso costo senza alcuna garanzia o preparazione, mettendo a repentaglio la sicurezza del cliente (talvolta ignaro, talaltra purtroppo complice) e sottraendo risorse all’erario pubblico (cioè a tutti noi) in termini di tributi e contributi. 

Proprio per questo, recentemente, la nostra associazione ha lanciato una nuova campagna contro l’abusivismo, invitando tutti, in primis le istituzioni, ad aiutare e difendere chi sta dalla parte giusta: da un lato agevolando la vita a quanti lavorano e danno lavoro alla luce del sole, dall’altro intensificando gli sforzi contro ogni tipo di reato, elusione e presunta “furbizia”. Ne riparleremo.

Articolo aggiornato al 27 maggio 2022