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Reddito di cittadinanza: le imprese non diventino l’ennesimo alibi per giustificare una scelta negativa, sbagliata fin dal titolo

Le imprese non devono diventare l’anello debole di una catena che sin dalla sua proposta abbiamo dichiarato non essere idonea per risolvere il problema occupazionale del nostro Paese. Se le attività produttive non operano in un contesto che permette loro di continuare a generare valore, mancano della possibilità di implementare gli organici e gli sgravi fiscali previsti per l’assunzione di beneficiari di reddito di cittadinanza non rappresenteranno di certo una leva attrattiva.
L’annuncio del professor Tridico, consigliere del ministro Di Maio, che vorrebbe dare priorità alle imprese con il bonus targato “reddito di cittadinanza” è un tentativo di correzione in corsa che conferma la natura di un provvedimento sbagliato, farraginoso, a carattere assistenziale. Premesso che mi auguro davvero si possa trovare una modalità che aiuti le imprese ad assumere, quello che mi preoccupa è che queste non diventino l’ennesimo alibi per giustificare una scelta negativa. Una scelta sbagliata fin dal titolo, ma tant’è che tale era la promessa elettorale. Dire a tutti coloro che nascono nel Paese che troveranno a disposizione un reddito semplicemente connesso alla cittadinanza, al di là se a fronte di lavoro vero o finto, è stravolgere una realtà ed un sentimento di responsabilità che ha fin qui guidato e motivato generazioni di famiglie.

Il reddito di cittadinanza rischia di non dare giustizia ai veri poveri, verso i quali l’esperimento del cosiddetto reddito di inclusione, socialmente corretto fin dalla denominazione, aveva dimostrato di funzionare. Non vorremmo che i nuovi farraginosi parametri finissero per relegare in second’ordine la realtà della povertà vera, quella meritoria di solidarietà sociale a carico delle tasse che paghiamo.
Il reddito da lavoro, di questo si dovrebbe parlare, ha bisogno che vi sia lavoro, che vi siano imprese disposte a generarlo, compresa la dimensione dell’auto imprenditorialità. Il reddito da lavoro chiede politiche di crescita, investimenti mirati, in settori che hanno propensione a crescere o meritori di investimenti pubblici, come ad esempio disposto in deroga al patto di stabilità con i piccoli contributi ai Comuni che devono fare manutenzioni e messa in sicurezza. Ha bisogno di un grande piano per il Mezzogiorno, dove turismo ed artigianato, ad esempio, hanno potenzialità da sviluppare. E invece si sta dicendo al Mezzogiorno che, se va bene, basta una spruzzata di assistenzialismo.
Peraltro, a guardare i meccanismi di funzionamento che il provvedimento stabilisce, si capiscono due cose; la prima è la certezza di ulteriori assunzioni pubbliche. Come se l’implementazione di personale, o l’uso del termine navigator, potessero rendere di colpo più efficiente una oggi precaria struttura per il collocamento, in particolare al sud. La seconda cosa, guardando ai paletti e alle precondizioni, sarà la sua difficile gestione. Sempre che i meccanismi di funzionamento non rimangano sulla carta nel solco dell’italica consolidata esperienza, magari con ulteriori aggiuntive indicazioni amministrative.
Ma la cosa più grave, per me imprenditore veneto e padre di famiglia, è il rischio che si debiliti ancor più la voglia di darsi da fare, sia nel fare impresa, anche autonoma, che nel ricercare un lavoro dal quale ricavare soddisfazione. Assistiamo a partecipazioni crescenti, talvolta anche in dimensione da stadio, a concorsi pubblici per mansioni meramente esecutive, con provenienze non proprio a km zero. Non altrettanto capita per lavori di eguale importanza nel privato. Si rafforza l’idea che pubblico è meglio, più stabile, meno ansiogeno, a parità di tasse e, forse, di trattamenti contrattuali. Così non va e così non potrà andare.
Cominciamo a dire che chi rischia e fa impresa, che chi lavora in condizioni di non totale protezione, come nel pubblico, meriterebbe qualcosa di più, ad esempio, di pagare meno tasse. Pensiamoci, prima che sia troppo tardi.