QUELLO CHE NON CI SERVE SONO I DECRETI “IDEOLOGICI”

Il mondo delle imprese non ragiona per logiche di schieramento politico, e neppure si lascia catturare emotivamente dagli annunci, dagli slogan, preferendo guardare alla sostanza delle cose. È per questo che il primo atto economico del nuovo Governo, giunto a un mese esatto dal giuramento e per questo particolarmente atteso, ci è sembrato un provvedimento molto ideologico. Di più: il cosiddetto “Decreto Dignità” approvato dal Consiglio dei Ministri e illustrato dal responsabile del dicastero del Lavoro, Luigi Di Maio, è apparso caratterizzato da una sorta di pregiudizio (negativo) proprio verso le imprese.

Ci aspettavamo il varo di azioni di sviluppo e di incentivo per il lavoro e invece abbiamo intravisto, sul fronte contrattuale, nuove complicazioni e il rischio di maggiori costi per chi intende avviare dei nuovi rapporti di lavoro. E anche il capitolo sulla “stretta alla delocalizzazione” appare una misura tardiva, un intervenire dopo che i buoi sono scappati dalla stalla. Perché? È presto detto.
Negli ultimi vent’anni, molte imprese industriali del nostro Paese hanno spostato nell’est Europa e nel mondo (nel silenzio generale e sulla pelle di noi artigiani) un intero settore come quello della Moda. Solo in Veneto, abbiamo dimezzato in pochi anni le imprese (passate da oltre 15mila alle poco più di 6mila) e perduto 50mila posti di lavoro. Se dunque vogliamo parlare di tutela e sviluppo della filiera della fornitura e della subfornitura manifatturiera (“supply chain”) italiana, bisogna puntare sul rendere appetibile il “reshoring”, ovvero il rientro in patria di industrie che se ne sono andate all’estero, nonché rendere favorevole l’investimento di capitali stranieri proprio sulla straordinaria filiera di “super fornitori” che ancora abbiamo nel nostro territorio. Oppure, bisogna mettere lo Stato al fianco dei nostri contoterzisti per combattere la nuova “guerra” commerciale verso coloro che vorrebbero vedere realizzate le loro creazioni qui da noi, ma allo stesso costo del Bangladesh; o, peggio, li mettono in concorrenza con i laboratori clandestini o con quelli cinesi che, nei nostri stessi territori, producono nell’ignoranza totale di qualsiasi regola e tutela del lavoro.
Tornando al tema del lavoro così come viene trattato nel Decreto Dignità, come artigiani troviamo inutile l’aumento dei costi di licenziamento, dato che, almeno nel mondo della piccola impresa veneta, chi assume lo fa per investire in quella persona e non certo per licenziarla. Sull’irrigidimento dei contratti a termine, invece, quello che ci preoccupa è che il Governo non sembra rendersi conto di cosa significa fare impresa nella filiera della manifattura: la risposta in tempi rapidi è uno dei principali fattori di competitività delle aziende, e limitarla non produrrà certo posti di lavoro aggiuntivi. Per fortuna, esiste il sistema di flessibilità e welfare che abbiamo creato qui nel Veneto con la bilateralità, altrimenti avremmo migliaia di imprese fuori mercato.
Queste disposizioni, insomma, si riducono a una modesta rivisitazione della disciplina del lavoro a termine, connotata (ripeto) da un pregiudizio anacronistico verso le imprese, più che dalla volontà di avviare una genuina modernizzazione del lavoro e delle sue regole.
Qualche dato ci aiuta a capire meglio il nostro punto di vista: stando alle rilevazioni di Veneto Lavoro relative al primo trimestre di quest’anno, nella nostra Regione le assunzioni a tempo determinato sono significativamente cresciute rispetto al 2017 (+26%) dimostrando una propensione positiva delle imprese verso questa tipologia contrattuale, che si conferma quella largamente prevalente (85%). Ma anche l’indice di trasformazione da contratto a tempo determinato a contratto a tempo indeterminato si conferma decisamente positivo, a testimonianza del fatto che il tempo determinato rappresenta spesso il trampolino di lancio verso un’occupazione stabile.
Riguardo invece alla reintroduzione delle causali, cui si associa anche l’allungamento dei termini di impugnazione e all’assenza di un periodo transitorio, aggiungiamo che questa potrebbe avere principalmente un effetto: aumentare il contenzioso in materia di lavoro.
Dunque, si tratta di scelte in controtendenza rispetto alle riforme degli anni precedenti, che avevano invece contributo in maniera significativa a ridurre la litigiosità nell’ambito del lavoro dipendente privato (- 80%) e alla maggiore rapidità nei tempi del processo, alimentando quella dinamicità che ha conseguenze positive per lavoratori e imprese.
Aumentare i costi per il rinnovo del contratto a termine non pare essere determinato da ragioni di tipo sistematico (tipo un irrobustimento del welfare) ma da intenti di tipo sanzionatorio, punitivo nei confronti delle imprese che assumono a termine. Meglio sarebbe stato, invece, ridurre ulteriormente i costi del lavoro a tempo indeterminato. Ma nemmeno questo si è fatto; anzi, al di là di ogni coerenza, si è previsto un innalzamento dei costi di risoluzione per contratti a tempo indeterminato. Una contraddizione evidente, che tradisce confusione. La riduzione delle durate dei contratti a termine va nella direzione di accelerare le stabilizzazioni contrattuali, mentre l’aumento dei costi di licenziamento va nella direzione esattamente opposta.
Quale sarà l’effetto complessivo sulla composizione finale tra contratti a termine e indeterminati lo scopriremo solo tra qualche anno, quando ci troveremo a valutare probabilmente una nuova riforma, perché quel “cantiere”, in Italia, rimane sempre aperto.
Infine, anche la scelta della forma del decreto legge lascia spazio a qualche riflessione. Intervenire sul lavoro con misure d’urgenza, come appunto il decreto legge, è indice di dirigismo politico e di scarsa propensione al dialogo sociale. La qualità dell’occupazione, concetto comunque diverso dalla dignità del lavoro, non si realizza certo con le vecchie tecniche regolative, ma costruendo un welfare moderno, capace di accompagnare i percorsi e le transizioni delle persone nel mercato del lavoro; non certo, quindi, assecondando vecchi modelli “fordisti”, poco tutelanti per i lavoratori e certamente ingessanti per le imprese, che soprattutto oggi hanno dimostrato una nuova dinamicità.
Ecco perché questo Decreto Dignità risponde forse a esigenze di “narrazione ideologica” sul piano politico, ma è ben poco aderente al quotidiano vissuto delle imprese e dei lavoratori italiani.