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Pinocchio e il valore delle imprese artigiane

“È Geppetto, un artigiano, che recupera un legno abbandonato e dà vita alla materia”. Una storia senza tempo che ha molto da dirci anche oggi

Quella di Pinocchio è una storia che non smette mai di insegnare. Un classico. Ovvero, nell’accezione di Umberto Eco, un’opera che resiste al tempo e continua a parlarci, perché permette di avere chiavi di lettura anche per interpretare il presente. La storia del celebre burattino è stata citata di recente per spiegare il valore della piccola impresa anche nell’economia odierna. Lo hanno fatto il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci (è suo il virgolettato che abbiamo riportato, ndr) e la ricerca condotta dall’Ufficio Studi della Confartigianato sulle “4 A” dell’artigianato. Perché partire dall’archetipo di Pinocchio e del suo creatore Geppetto, meglio ‘mastro Geppetto’, non a caso un artigiano, significa arrivare al cuore della creatività del Made in Italy che, come il racconto, non smette mai di affascinare.

Nella notissima opera di Carlo Collodi (di cui quest’anno cade il bicentenario della nascita) l’artigiano dà letteralmente vita a qualcosa di unico: un burattino ‘umanizzato’ che si trasforma in bambino dopo aver superato non poche peripezie. A voler leggere la storia attraverso le lenti di chi produce, non si può non riconoscere come l’artigiano sia colui che può creare qualcosa di unico, irripetibile, anche recuperando uno scarto. Certo, all’inizio è un semplice burattino (o, se vogliamo, oggi una Intelligenza Artificiale), ma è solo quando sviluppa una coscienza che diventa bambino. In pratica, sono solo alcune sensibilità che permettono a una ‘creazione’ di acquisire unicità e non replicabilità. Attenzione poi al Gatto e alla Volpe che promettono facili guadagni e facile moltiplicazione degli stessi nascondendoli (ovvero non investendo) per poi vederli sparire. Occhio anche a Mangiafoco, che può promettere fama attraverso un circo che oggi è mediatico, pur con gli stessi effetti di quello ottocentesco (una grande illusione). E che dire di Lucignolo, che trascura la scuola (quindi non acquisisce competenze con impegno e passione) per il facile divertimento?

Non stupisce quindi che il monello diventi un somaro, e con lui Pinocchio, uno ‘dei tanti’ al servizio di altri. Questo solo per ripercorrere gli episodi più noti all’immaginario di tutti noi, come la Balena (il mercato globale? la Cina? la burocrazia?) che ‘mangia’ sia Geppetto (artigiano) che Pinocchio (la sua creazione). Alla fine, padre e figlio si liberano usando la creatività, cercando una soluzione dove apparentemente non ce ne sono. Poi Pinocchio diventa un bambino in carne ed ossa e riconosce il valore degli insegnamenti del papà, come un apprendista, o chi è impegnato nel raccogliere il testimone nel passaggio d’impresa.

Insomma, Pinocchio non finisce mai di ‘raccontare’, come non finiscono mai di raccontare i prodotti o i servizi di chi è artigiano, perché sono il risultato di tanti elementi (competenze, saperi, tradizioni, tecnologie…) sapientemente dosati. Peccato che spesso siano proprio gli artigiani a non saper come raccontare di sé, del proprio lavoro. Per rendere analiticamente osservabile l’idea di quanto l’artigianato dia “anima e voce” ai prodotti, è utile concentrarsi sul perimetro settoriale delle ‘4 A’ rappresentate dai settori di Alimentare e bevande, Abbigliamento e moda, Arredo e legno e Automazione e meccanica, un simbolo del Made in Italy a vocazione artigiana che comprende settori che trasformano materia in identità, lavoro in racconto, produzione in valore economico e culturale misurabile. In questo perimetro, nel primo trimestre del 2025 operavano 393mila imprese con 2 milioni 873mila addetti. È in questi settori specialmente che si concretizza “l’eredità di Pinocchio” (e soprattutto del buon Geppetto), attraverso la creatività e l’identità.

Al proposito, con l’entrata in vigore anche in Italia delle Indicazioni Geografiche Protette (IGP) per i prodotti artigianali e industriali, si apre una nuova prospettiva per il manifatturiero d’eccellenza del Veneto. La data del 7 maggio segna infatti l’avvio delle misure previste dal Dlgs 51/2026, che adegua l’ordinamento italiano al Regolamento UE 2023/2411 relativo alla protezione delle indicazioni geografiche per i prodotti artigianali e industriali. Già dal 1° dicembre 2025 era possibile avviare l’iter di candidatura attraverso la presentazione dei dossier al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. E il Veneto si sta muovendo come territorio apripista a livello nazionale. Anche questo riconoscimento ‘racconta’ l’artigianato.
L’elevato profilo qualitativo dell’offerta è favorito dal rafforzamento del capitale umano, dalla valorizzazione dei brand territoriali, da una maggiore integrazione tra prodotto e servizi di assistenza e personalizzazione, da una maggiore circolarità, dalla diffusione delle certificazioni, da una maggiore precisione derivante da processi di digitalizzazione e dalla specializzazione in nicchie a elevato valore aggiunto. Resta la difficoltà di reperimento del personale creatore di prodotti: nel perimetro settoriale delle ‘4 A’: nel 2025 parliamo di 382mila lavoratori, pari al 53,2% dei 719mila richiesti. Non è un caso, quindi, se Confartigianato Veneto ha coinvolto studenti degli ITS in un progetto volto proprio alla ‘narrazione’ dell’artigianato. Un progetto che ha avuto il doppio pregio di presentare l’artigianato ai giovani con gli occhi dei giovani e che ha messo in contatto senior e junior anche in una prospettiva di passaggio di competenze e d’impresa. Un modo per avvicinare i tanti ragazzi che poco conoscono del mondo delle piccole e medie imprese.

Accanto a questo, però, ci deve essere un sistema che supporti il mondo economico. In occasione delle manifestazioni promosse per ricordare la figura di Adriano Olivetti, è stato infatti evidenziato come l’imprenditore (al pari dei Rossi, dei Marzotto, dei Ceccato, dei Pellizzari vicentini e di tanti altri) avesse capito che il lavoratore è una risorsa preziosa su cui investire. Ed ecco che attorno alla fabbrica nasce un quartiere, nascono servizi, sorgono luoghi di incontro, di socialità. Una comunità, insomma, al benessere della quale imprenditori e lavoratori contribuiscono in diversa misura equilibrando tempo di vita con tempo di lavoro. Oggi lo chiamiamo welfare, ieri era una ‘visione’ imprenditoriale. D’altronde, sono anche questi gli aspetti che inducono i ‘giovani in fuga all’estero’ a ritornare; e se all’estero hanno portato le loro prime competenze, al rientro sicuramente il loro profilo professionale è più articolato e questo non può che essere un bene per l’economia territoriale, pronta ad accoglierli con la sua grande storia.
Ecco quindi cosa ‘raccontiamo’ anche in questo numero di FareImpresa.


Hanno collaborato a questo numero:
Marco Amendola, Carlotta Andracco, Chiara Carradore, Nicola Carrarini, Valter Fabris, Sandra Fontana, Valeria Ghiotto, Massimo Meggiolaro, Sabrina Nicoli, Marina Rigotto, Vladi Riva, Arianna Vallarsa, Valentino Varotto.

Direttore responsabile: Antonio Stefani
In redazione: Valentina Celsan, Stefano Rossi
Contributi multimedia: Corrado Graziano, Davide Samadello, Federica Vencato
Coordinamento editoriale: Concetta Pellegrino

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