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Impresa e Futuro: come orientarsi tra IA, crisi globali e nuovi mercati?

Il sistema imprenditoriale crea valore e promuove progresso per tutto il tessuto economico e sociale circostante. La situazione di caos che caratterizza il nostro tempo non permette, a chi deve gestire una realtà produttiva, di sospendere le attività in attesa che le acque si plachino e lo scenario si chiarisca. Come interpretare le trame del nostro tempo presente e futuro?

È stato questo il tema del seminario che Confartigianato Imprese Vicenza ha organizzato in collaborazione con il Festival CI.TE.MO.S. e il contributo di EBAV Ente Bilaterale Artigianato Veneto. Ospite, al Centro Congressi di Via Fermi, Valentina Boschetto Doorly, esperta di Strategic Foresight e Partner Associato per l’Italia del prestigioso Copenhagen Institute for Futures Studies, il più antico think-tank di futuro del mondo.

“Siamo nel pieno di una svolta epocale, una transizione che vede avvicendarsi due modelli economici e produttivi: dal capitalismo tradizionale seppur massicciamente finanziarizzato, ad un tecno-capitalismo basato su tecnologie disruptive e processi di innovazione esponenziale. Si tratta di una transizione né semplice né veloce, che tra l’altro implica una rivoluzione geopolitica e geoeconomica nella distribuzione del potere globale. Chi fa impresa però non può fermarsi e sospendere la propria operatività, ma è chiamato a comprendere le dinamiche di questo cambiamento e i driver, forze motrici,che lo guidano. Solo così è possibile riposizionarsi, cogliendo le nuove opportunità ed evitando la rapida obsolescenza. Più che mai oggi il successo di chi fa impresa dipende dalla capacità di creare strategia, la vera architettura di futuro dell’operare imprenditoriale. Il primo passo è comprendere che il contesto va investigato accettando la sua complessità, riconoscendo che le dinamiche del cambiamento impattano su di noi dall’esterno all’interno della nostra realtà, e non viceversa. Si troveranno in vantaggio coloro disposti ad esplorare il mondo con curiosità, intraprendenza e apertura mentale. Non si scoprono nuovi oceani se non si è disposti a perdere di vista la costa da cui si è partiti. Così ha esordito Doorly.

(sintesi dell’incontro a cura della redazione)

Per prima cosa è cambiata la percezione del futuro. Un tempo sinonimo di progresso, oggi il domani genera ansia. Veniamo infatti da una “galoppata” di ottimismo, un’epoca in cui abbiamo realizzato molto, costruito modelli economici di successo e centrato numerosi obiettivi come collettività. Oggi, la velocità del mondo moderno crea incertezza perché abbiamo la sensazione di aver perso il controllo degli eventi: il futuro appare come una macchina che si autogestisce e si autogenera indipendentemente dalle nostre aspirazioni e necessità. Siamo entrati in paradigmi con nuove regole del gioco e vanno comprese al più presto, poiché non torneremo più alla vecchia “normalità”.

Come siamo arrivati qui?

Per capire il presente dobbiamo fare un passo indietro. La globalizzazione è stata caratterizzata dalla continua integrazione tra popoli, economie e politiche commerciali. Questo fenomeno ha portato alla standardizzazione di prodotti e processi, alla libera circolazione dei capitali e all’avvento del web. Uno dei cardini che hanno sorretto questo modello di creazione di valore, è stata la parcellizzazione della produzione, delocalizzando ogni passaggio per massimizzarne il profitto; uno schema applicato a ogni settore, dalle calzature all’automotive. La globalizzazione ha conquista il mondo sui pontili delle grandi navi cargo, oggi quasi in 60,000 a solcare gli oceani. I corollari di questo sistema sono stati l’esplosione della logistica, l’ascesa della Cina come fabbrica del mondo, la polarizzazione della ricchezza, i nuovi oligopoli e una forte interdipendenza, che espone i mercati a continui shock ed effetti domino. A ciò si aggiunge la finanziarizzazione dell’economia, con la libera circolazione dei capitali a fungere da vero sistema cardio-circolatorio dell’intero processo. Oggi la somma del valore virtuale quotato nelle borse azionarie ha superato di molte volte la somma globale dei PIL dell’economia reale. L’ascesa senza sosta dei ritorni azionari ha instigato i detentori di capitali a investire nella finanza piuttosto che nelle imprese.

Questa corsa si è arrestata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers, che ha sollevato il velo del successo a tutto tondo e mostrato fragilità e difetti sistemici di quel modello economico, avviando un contro-megatrend che chiamiamo deglobalizzazione. Dal punto di vista geopolitico questo si esprime con la richiesta di ripristino dei “perimetri”, che in economia si traduce nel ritorno dei dazi e delle guerre commerciali e, a livello sociale, nella valorizzazione dei territori e nella ricerca di identità locali. Se il periodo 1945-1989 è stato segnato dal bipolarismo Est-Ovest e il ventennio successivo (1989-2010) da un apparente unipolarismo atlantico-capitalista, dal 2015 siamo entrati in un bipolarismo competitivo tra Stati Unita e Cina che durerà a lungo e che imporrà al resto del mondo una riorganizzazione di poteri e alleanze.

Cosa ci aspetta?

Oggi la tecno-economia vede la Cina muoversi con una strategia di conquista silenziosa, tenace e in linea con la propria cultura. In questo contesto di “guerre asimmetriche”, Pechino vontrolla un serie di risorse strategiche essenziali alla nuova ed emergente tecno-economia. Attualmente la Cina produce l’80% dei pannelli solari mondiali, il 70% dei veicoli elettrici e soddisfa il 90% del fabbisogno europeo di terre rare.

Un corollario derivativo di questo contesto è l’accelerazione dei processi di obsolescenza: prodotti, servizi, modelli di business invecchiano rapidamente e altrettanto repentinmante possono essere scalzati da innovazioni emergenti. Le competenze (skillset) del lavoro e delle professionalità richiedono un aggiornamento continuo. Le aziende sospinte ad adottare sempre più modalità lavoro “ad hoc”, ovvero organigrammi fluidi con team di lavoro flessibili per obiettivi specifici.

Di fronte a questo scenario, a dir poco tumultuoso, chi fa impresa sarebbe tentato di fermare la sala macchine, ma sppiamo bene che è un lusso non concesso e anche pericoloso. Deve adottare strategie di horizon scanning per anticipare il cambiamento.

Nulla può fermare il cambiamento in atto, e questo arriverà comunque sul nostro territorio. Se guidato dall’interno, il cambiamento stimola l’azienda and un auto-rinnovamento continuo e anche entusiasmante; se subìto dall’esterno può travolgerla come un’onda.

Anche le imprese artigiane vicentine fanno parte di questo mondo interconnesso e devono fare i conti con le dinamiche globali. La prima strategia è la diversificazione di mercati, clienti e fornitori (creando sempre un piano B). Nessuna dimensione aziendale protegge dal cambiamento e nessun prodotto è inimitabile. Il successo passato non garantisce quello futuro e il pensiero “si è sempre fatto così” è pericolosissimo.

Una delle modalità principali con cui la digitalizzazione procede prevede processi di disintermediazione sistemica, disintermediazione che può trasformare interi settori in pochi anni. Anche questo fa parte di processi macro che non possiamo controllare ma che ci impongono di prendere le misure prima che il processo di disintermediazione sia conclamato. Questo è possibile assegnandosi esercizi di “auto-disintermediazione” per comprendere come e quando potrebbe avvenire e come riposizionarsi di conseguenza. Controllare il processo, nella sua parte concettuale, permette di vincere.

Il futuro non è mai neutrale: ogni grande cambiamento decreta vincitori e vinti. Maggiore il cambiamento più grandi le vincite e le perdite.

Agli imprenditori, storicamente resilienti, serve oggi la capacità di leggere i grandi driver globali per definire strategie e tattiche. In questo sforzo, l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie di lettura di scarsa utilità. Tendiamo istintivamente a immaginare il futuro sovrapponendo i nostri desiderata e la nostra visione del mondo. Ma questa non è una metodica di grande aiuto. Solo la lucidità e freddezza mentale, coaidiuvata dai noti metodi di pensiero strategico ci aiutano davvere ad intercettare il futuro.

Anche l’Intelligenza Artificiale segue la storia delle grandi innovazioni: risolve problemi, velocizza la produzione e attrae capitali. Attraverseremo due fasi nel processo di adozione: la prima fase, A.I. verrà usata per potenziare e migliorare i processi, così come siamo abituati ad implementarli oggi. Nella seconda fase nasceranno business model creati intorno all’A.I. che immediatemente smarcheranno i precedenti modelli di busienss, creando asimmetrie competitive.

In generale, la creazione di valore e di marginalità, si sposterà dal prodotto tangibile ai servizi intangibili, un processo che chiamiamo servitisation.

Le economie del futuro

Il futuro economico vedrà nascere una serie di “nuove economie”. Tra queste economie emergenti, ad esempio:

  1. Economia artica: la fusione dei ghiacci consente a Cina e Russia ad aprire nuove rotte a nord del continento asiatico, creando alternative alle rotte a sud, bypassando il canale di Suez e riducendo tempi e costi. La zona offre inoltre un accesso più facile alle terre rare e temperature ideali per i grandi server che richiedono raffreddamento. Il baricentro economico mondiale potrebbe spostarsi a Nord.
  2. Nuova economia africana: Un continente dal forte sviluppo demografico dove la Cina sta investendo massicciamente in infrastrutture, anticipando le potenzialità di quel mercato e assicurandosi l’accesso alle materie prime, da un alto, e a mercati di sbocco per I propri prodotti, dall’altro.
  3. Low altitude ed economia aerospaziale: Il mercato dei droni e della componentistica specializzata, alimentato dal bipolarismo competitivo, offre alti margini alle imprese che sanno riposizionarsi.
  4. Agetech economy: Entro il 2025 (e oltre), oltre un terzo della popolazione italiana avrà più di 65 anni. Sarà una fascia demografica dinamica che richiederà servizi per il tempo libero e il benessere, accanto a una fascia più anziana bisognosa di cure e assistenza.

Di chi è il futuro?

Come sempre, da sempre, il futuro appartiene a chi ha una prospettiva e una visione; a chi si da’ la libertà di esplorare e l’ambizione di capire. Questo vale per le imprese, che troveranno il proprio successo dedicandosi alle esplorazioni e all’innovazione; così come alla comunità tutta. La mancanza di un progetto collettivo abbassa gli orizzonti di futuro per tutti, imprese e cittadini, che camminano senza una direzione di marcia, e devono decidere dei propri investimenti come se fossero in alto mare e senza l’approdo in vista.

Interi sistemi dovrebbero essere rifondati con la consapevolezza che format che arrivano dal passato non reggeranno all’urto del cambiamento, richiesto e necessario. Se non ora, quando?